Le parole del corso. di Bruno Mario Broccolo

Le parole del corso

Abbecedario per un corso inattuale  di composizione architettonica

 

 Il nuovo libro di Bruno Mario Broccolo, Il Formichiere, 2018 

Questo libro nasce dalla voglia di esprimere una passione per l’architettura che travolge l’architettura stessa e si riflette su tutti gli altri ambiti che affiancano e che connotano la vita di un architetto che voglia essere oggi anche un uomo di cultura, oltre che un tecnico. Ne esce un testo denso di rimandi, di rinvii a altre architetture, a libri, a musiche, a film, a ricordi personali, aneddoti. Il testo è frutto della vicinanza a Gian Carlo Leoncilli Massi, della frequentazione dell’ambiente universitario ed è rivolto a un pubblico ideale, fatto di studenti (in architettura si è sempre studenti), che vogliano seguire un inattuale corso di composizione architettonica. Presentazione di Paolo Belardi. Postfazione di Mario Pisani.

 

Riportiamo il testo integrale della prefazione di Paolo Belardi

IL CORSO DELLE PAROLE

Quando l’amico Bruno Broccolo (uno degli ultimi cultori dell’eredità classica) mi ha proposto di scrivere un preambolo al suo sofisticato abecedario dedicato alle parole chiave di un ipotetico corso di “Composizione architettonica”, non ho potuto non ripensare alla vena teorica dei maestri (i miei maestri) della cosiddetta génération de l’incertitude: da Giorgio Grassi ad Aldo Rossi, da Antonio Monestiroli a Franco Purini. Fino a Gian Carlo Leoncilli Massi, un architetto che ha costruito poco, ma che ha scritto e disegnato molto, la cui figura tutelare aleggia su ogni lettera e su ogni interpunzione del testo. Né avrebbe potuto essere diversamente, visto che Bruno Broccolo è stato uno dei suoi allievi più amati e più fedeli. D’altra parte è stato proprio Leoncilli Massi, in un passo de La leggenda del comporre, a citare un celebre passo dell’Ars Poetica in cui Orazio sentenzia che “l’accostamento poetico (…) farà di una parola conosciuta una parola nuova”, condannando senz’appello l’ansia di “originalità figurativa” (la bizzarria) e il “nuovo creato dal nulla” (l’inedito) in favore della ricombinazione contenutistica (la composizione). Per questo credo che, nello svolgimento di un corso di “Composizione architettonica”, le parole del corso siano effettivamente importanti, ma credo anche che il corso delle parole ovvero la loro “composizione” lo sia ancor più. Una posizione difficilmente sostenibile, perché evidentemente “inattuale” in un mondo fondato sullo sproloquio iconico modaiolo. Ma volendo provare a suffragarla, ho rispolverato nei meandri della mia formazione classica l’acuta notazione con cui Maurice Merleau-Ponty, in un celebra passaggio di Sens et nonsens, proclama che le déroulement des choses est sinueux. Il corso delle cose, in effetti, non è mai né lineare né circolare, ma è sempre e comunque sinuoso: una notazione che vale per la vita (non a caso è stata ripresa da Andrea Camilleri per il titolo del suo primo romanzo), ma che vale anche per l’architettura. E per le parole dell’architettura. A cominciare proprio da “composizione”: una parola che ha rappresentato un pilastro del sapere classico e che oggi è diventata “inattuale” a causa dello scioglimento del nodo borromeo tra segno-parola-significato (tanto che, nei manifesti degli studi delle scuole di architettura, è stata soppiantata dalla parola “progettazione”). Ma in futuro, nonostante la proliferazione dei media elettronici, la parola “composizione” non potrà non tornare fondamentale. Perché è una parola che, accomunando trasversalmente tutte le arti (dalla poesia alla pittura, dalla scultura alla musica), affonda le proprie radici nella trasversalità culturale della trattatistica rinascimentale (laddove la figura dell’architetto viene affrancata dalla pratica cantieristica) ed è alimentata dalla razionalità tassonomica della riforma politecnica (laddove vengono distinte le figure dell’ingegnere e dell’architetto). Ma soprattutto la parola “composizione” è avvalorata dalla sua capacità di serrare il legame (oggi debole, ma un tempo solidissimo) tra architettura e retorica. Non a caso, nella teoria ciceroniana, l’elocutio, che è una delle cinque fasi dell’arte retorica classica, è condotta non solo mediante la scelta oculata delle parole (electio), nell’intento di armonizzare il ritmo dei suoni, ma anche e soprattutto mediante la combinazione sapiente delle parole (compositio), nell’intento di favorire la fluidità dell’argomentazione. Purtroppo però, così come registrato malinconicamente da Aldo Rossi in un suo struggente disegno, “dieses ist lange her/ora questo è perduto”. E ormai, quando si parla di architettura, la combinazione voluttuosa prevale sulla composizione armoniosa. Tanto che non parliamo più né di luce né di ornamento e tanto meno parliamo di proporzioni, ma parliamo di isole ambientali, di boschi verticali e di facciate intelligenti. Anche per questo plaudo a un libro-viatico volto a ricordarci che i segni non hanno senso di per sé, ma sono caricati di significato dalle parole e dal corso delle parole. Come è sempre stato e come, a mio avviso, non potrà non tornare ad essere.

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